La menopausa vista da una figlia: il periodo della pazza e altre storie familiari

3 Luglio 2019
MENOPAUSA
la menopausa vista da una figlia

Si parla di menopausa sempre dal punto di vista delle donne che la attraversano, ma ci sono altre persone che vivono la tua menopausa insieme a te: i tuoi figli, la tua famiglia. Ecco il racconto di “una” menopausa vista dagli occhi di una figlia da leggere sotto l’ombrellone.

Mal di pancia, le “cose” oppure semplicemente “Eh”. Così si chiamavano le mestruazioni in casa mia.

Mia mamma: “Che hai, stai male?” “Eh”. Risposta. Tutto chiaro. Solo ciclo, niente più, tutto normale. Al massimo un analgesico e una mezz’oretta di riposo. Poi si riparte e si tace sull’argomento.

L’unico luogo di condivisione silenziosa del nostro essere femmine era l’armadietto del bagno, quello dove tenevamo gli assorbenti. Un posto un po’ misterioso, visto che comparivano nuove confezioni dalla mattina alla sera. C’erano. Finivano. Tornavano. Un po’ come il ciclo.

Non che fosse propriamente un tabù, ma ho sempre avuto l’impressione che mia madre non gradiva affatto che se ne parlasse. E per rispetto ho continuato sempre a rispondere “Eh”.

La perimenopausa e le mie domande mai poste

Non è che a vent’anni mi facessi già domande sulla menopausa, ma insomma, mi sembrava ora che per mia madre qualcosa accadesse. Come tutte le ragazze della mia età, mi accorgo oggi che di perimenopausa, disturbi, corollari, annessi e connessi sapevo poco e niente.

Pensavo che da un giorno all’altro succedesse… “tac!”… niente più ciclo e buonanotte: it’s menopausa time!
E mi sembrava fichissimo che si potesse dire addio a quel fastidioso e scomodo appuntamento mensile, che però si aspettava sempre con una certa trepidazione, perché la sua assenza sarebbe stata oltremodo fuori luogo…

Così cercavo risposte alle mie domande mai fatte nell’armadietto del bagno. C’erano ancora assorbenti? Bene. Tutto ancora “normale”.

Il fatto è che i cambiamenti invisibili sono quelli più curiosi per chi non li vive in prima persona. Da donna sapevo che sarebbe arrivato prima o poi anche il mio momento e avrei voluto che qualcuno (mia madre) mi spiegasse, mi dicesse, mi preparasse a tutto ciò che mi aspettava nel futuro (molto futuro, allora) o quantomeno che studiassimo un codice, un vocabolario, qualche cosa che assolvesse al compito del mio “Eh”, anche per la menopausa.

“Mamma come stai?”
“Mah”. Menopausa. Chiaro.

E invece non era così.

Il periodo della pazza che capisco solo oggi

Come tutte le figlie, per lungo tempo ho avuto un rapporto che definirei “abbastanza conflittuale” con mia madre. Specialmente intorno ai suoi 50 anni.

Passavamo il tempo nel quale eravamo in casa entrambe a litigare. Ogni pretesto era buono per incominciare una discussione che si concludeva nella maggior parte dei casi con una specie di crisi isterica globale: per non farci mancare niente, lei si tirava dentro anche mio padre, che tentava di darle manforte senza neanche sapere per quale motivo stessimo litigando ancora una volta.

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Mio padre ci andava giù duro con me, ma spesso i suoi ingressi a gamba tesa erano talmente fuori contesto che nel bel mezzo delle urla di mamma, mi scappava da ridere forte, fortissimo.

E ovviamente il mio riso mi si ritorceva contro. Amen.

Poi, a questi momenti incredibili, si alternavano momenti di amore idilliaco, di confidenze, di chiacchiere quasi fossimo amiche.

Ricordo una volta in macchina: mi raccontò di quanto e come non avesse superato ancora l’allontanamento di una sua cara amica, di quanto le avesse fatto male questa cosa, di come si sentisse profondamente triste. Guidavo io. Ho dovuto accostare perché a un certo punto si era rotta in un pianto quasi disperato. Mi sono fermata sul ciglio della strada, con due ruote sul marciapiede e l’ho abbracciata come una sorella maggiore. Sì, è stata una bella sensazione. Ho pensato di essere una brava figlia, una figlia forte, pronta a sostenere la madre e – come dire – una figlia “grande”.

Ma c’era qualcosa che non andava, non era tutto esattamente “normale”. Mi sembrava una quotidianità un po’ – mi si passi il termine – schizofrenica.

E niente, l’armadietto continuava a essere pieno.

Insonnia, caldane e cotillon

In tutto questo periodo mai – e dico mai – ho sentito la parola menopausa.

Ho visto però cambiare radicalmente delle cose: una su tutte il fattore freddo che in casa mia – un casolare in campagna su più livelli – ha costituito sempre un problema per me e lei, freddolose da record e, in questo, uguali.
Noi che anche l’estate, al mare, abbiamo sempre una maglia nella borsa perché all’ombra del tardo pomeriggio “fa fresco”, noi che l’aria condizionata manco morte, noi che entrando nell’auto parcheggiata al sole, ad agosto, siamo in grado di esclamare un “ah, che meraviglia” sentendo il calore ardere sulla pelle delle braccia e delle gambe nude.

Beh, a casa nostra i termosifoni non si accendevano mai perché tanto “la casa è troppo grande e non si scalda”. Piuttosto accendevamo il camino. Solo che bisognava stare proprio lì intorno, tutti insieme, per godere di quel tepore.

madre e figlia che discutono

Il quadretto era costituito da: mio padre che doveva (e deve) avere sempre l’ultima parola anche se non c’entrava niente perché si era perso tutto il discorso precedente; mio fratello che allora era piccolo e andava straordinariamente male a scuola per cui ogni pomeriggio i miei lo inchiodavano al tavolo a fare i compiti che non sapeva fare, e più lo costringevano e più piangeva; io universitaria, alle prese con i miei esami e i miei amici che avrei voluto vedere ma quasi mai mi era permesso uscire perché dovevo sempre scontare qualche “pena” per aver litigato con mamma; e lei nel bel mezzo delle sue trasformazioni della menopausa della quale, però, nessuno sapeva niente.

Tutti intorno al camino si consumavano situazioni da film. Compreso il fatto che di colpo mamma iniziava ad avere caldo. Sempre lei, quella del golfino nella borsa del mare. Aveva caldo. Si alzava, sbuffava, si scostava la maglia dal collo come fosse stato un cappio e si sventolava con un foglio preso a caso. Poi diceva che quel camino là scaldava troppo e se la prendeva con papà che non aveva ancora chiamato qualcuno perché gli desse uno sguardo. Poi tornava normale. Poi di nuovo caldo. Così.

Di notte la sentivo alzarsi dal letto, scendere giù in cucina e traccheggiare con tazze e pentolini della colazione. Mi riaddormentavo puntualmente con il profumo di caffè che saliva fino al piano di sopra. Una cosa che mi è sempre piaciuta, anche se erano le 4 del mattino.

Dopo il suono delle sveglie, noialtri trovavamo la tavola pronta per la colazione con le tazze capovolte come in un hotel. Solo la sua era già sporca di latte e caffè, con una costellazione di briciole di biscotti a incorniciare la natura morta. Praticamente la notte si alzava e faceva colazione, come fosse già mattino fatto.

Poi si svegliava di nuovo alle 7, spesso con un pigiama diverso da quello indossato alla sera, e ri-faceva colazione come se niente fosse. Diceva che durante la notte si era svegliata tutta sudata e s’era dovuta cambiare. Lei. Sempre lei, che portava la canottiera fino al 13 agosto e la rimetteva il 18 perché “inizia a rinfrescare”.

Morale della favola: la menopausa è una trasformazione sociale, non personale. Parlane!

Questa specie di nube omertosa che ha coperto mestruazioni e soprattutto la menopausa (insieme a qualunque altra cosa avesse avuto a che fare con l’intimità e le trasformazioni del corpo femminile) mi hanno condotto attraverso la mia crisi post-adolescenziale.

Non mi sentivo nel posto giusto, compresa, benvoluta. Avevo potuto scegliere di studiare fuori. Era la mia occasione di fuggire da quello che mi pareva, allora, un piano sociale che non mi apparteneva.

Avrei voluto sorrisi, positività, spensieratezza, come quelli che avevo avuto durante le lunghe estati di campeggio, da piccola. E invece c’era la pesantezza di una situazione perennemente tesa. Avrei voluto raccontare delle mie esperienze, dei miei amorazzi, dei miei desideri, ma quello – decisamente – non era il momento giusto.

C’era come una base sonora cupa e ridondante che non permetteva di parlare normalmente. Come un aereo in volo costantemente sulla nostra casa che ci portava a urlarci le cose addosso.

Tutto questo è durato qualche (lungo) anno. Gli anni nei quali il pilastro sul quale si reggeva il nostro nucleo familiare, mia madre, aveva a che fare con una trasformazione silenziosa ma profondissima.

Il climaterio è una trasformazione sociale: tutto ciò che c’è attorno a una donna che attraversa la perimenopausa cambia assieme a lei. È un nodo generazionale, evolutivo.

Oggi l’ho capito: questo mi ha aiutato a crescere, come figlia, a sganciarmi emotivamente e responsabilmente da quella famiglia per cercare una mia dimensione autonoma. Mi ha dato quella spinta in più (a volte una carezza, altre volte un calcio nel sedere) che mi permette oggi di essere ciò che sono.

Se avessi saputo che andava tutto come doveva andare, che era un periodo un po’ così perché la menopausa è anticipata da un lento assestamento ormonale, che mamma non stava diventando pazza sul serio, ma era solo un po’ più irritabile del solito per via dell’insonnia e di altri piccoli disturbi, sarebbe forse andato tutto meglio.

Oggi va tutto meglio. È tornata ad essere una donna felice. E una nonna felice.

Ma tu, parla della menopausa con tua figlia.

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